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Clawdbot , quando l’assistente digitale diventa un rischio

Un assistente IA autonomo fa discutere, tra promesse di efficienza e pericoli per la privacy

Clawdbot , quando l’assistente digitale diventa un rischio

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Dati sensibili e intelligenza artificiale, il caso Clawdbot riapre il dibattito sulla sicurezza

Un avvertimento secco, senza giri di parole, ha riportato al centro del dibattito il tema della sicurezza legata all’intelligenza artificiale. Negli ultimi giorni un nuovo chatbot “agentico” è diventato virale, ma insieme all’entusiasmo sono emerse anche forti preoccupazioni. Il punto non è solo cosa sappia fare questo software, ma quanto potere gli viene affidato.

Un monito che arriva da Google

A lanciare l’allarme è stata Heather Adkins, vicepresidente della sicurezza di Google Cloud. Con un messaggio pubblicato sul social X, Adkins ha invitato chiaramente a non utilizzare Clawdbot, un assistente basato su intelligenza artificiale che può operare in modo ampiamente autonomo. Un giudizio netto, che riflette timori concreti legati alla gestione dei dati personali.

Cos’è un’IA agentica e perché fa discutere

Clawdbot, noto in precedenza come Moltbot, rientra nella categoria delle intelligenze artificiali cosiddette agentiche. Si tratta di sistemi progettati per svolgere compiti complessi senza un intervento umano costante. Dalla risposta alle email alla gestione del calendario, fino al filtraggio delle telefonate o alla prenotazione di servizi, il bot può essere controllato anche tramite app di messaggistica come WhatsApp o Telegram.

Un modello che attira anche i grandi player

L’idea di un assistente digitale capace di agire in autonomia non è isolata. Anche i grandi colossi tecnologici stanno sperimentando soluzioni simili, come il progetto ChatGPT Agent di OpenAI, ancora in fase di test. La differenza, secondo molti osservatori, sta nel livello di controllo e nelle garanzie di sicurezza offerte agli utenti.

Il prezzo nascosto delle funzionalità avanzate

Come evidenziato dal sito The Register, le capacità di Clawdbot hanno un costo che va oltre l’aspetto economico. Per funzionare correttamente, l’assistente deve accedere agli account personali degli utenti, incluse email e altri servizi digitali, utilizzando credenziali sensibili. Anche se il software può essere eseguito in locale, questo non elimina i rischi legati alla gestione delle informazioni.

Chiavi digitali e dati sensibili in gioco

Secondo quanto riportato da The Register, gli utenti finiscono per consegnare al sistema agentico “le chiavi delle loro app di messaggistica crittografate, i numeri di telefono e persino i dati bancari”. Alcuni ricercatori di sicurezza, tra cui Jamieson O’Reilly, avrebbero già individuato online informazioni sensibili potenzialmente riconducibili agli utilizzatori del bot.

Il rischio dei dati memorizzati in chiaro

Un ulteriore elemento critico riguarda la conservazione dei dati. Molte informazioni generate dall’assistente IA risulterebbero archiviate sui computer personali degli utenti in chiaro, quindi senza adeguate protezioni. In caso di infezione da malware o virus, questi dati potrebbero essere facilmente compromessi. Come osserva The Register, in uno scenario del genere “i segreti memorizzati dall’assistente IA sarebbero esposti”.

Tra innovazione e cautela

Il caso Clawdbot mette in evidenza una questione sempre più attuale: l’equilibrio tra automazione e sicurezza. Le intelligenze artificiali autonome promettono di semplificare la vita quotidiana, ma richiedono anche un livello di fiducia molto alto. Secondo molti esperti, prima di affidare a questi sistemi l’accesso totale alla propria vita digitale, è necessario fermarsi e valutare con attenzione i rischi.


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30 Gennaio 2026
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