Raccontare il Novecento del confine orientale non significa riaprire ferite, ma dare finalmente un nome e un senso a una memoria rimasta troppo a lungo ai margini. È da questa consapevolezza che nasce l’incontro ospitato alla Camera dei deputati, dedicato alle foibe e all’esodo giuliano-dalmata, con l’obiettivo di trasformare una storia rimossa in una memoria condivisa.
Una memoria che chiede di essere conosciuta
L’incontro, promosso dalla deputata Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia, ha messo al centro un tema ancora complesso nel dibattito pubblico italiano. Parlare del confine orientale, delle foibe e dell’esodo non è un esercizio di rivendicazione, ma un percorso di conoscenza. Come ha ricordato la stessa Gardini, “non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza verità”, richiamando le parole di Giovanni Paolo II.
Moltiplicare le voci per costruire una coscienza collettiva
Secondo Elisabetta Gardini, solo ascoltando una pluralità di voci il dramma vissuto da un popolo può entrare a far parte del DNA collettivo della nazione. L’incontro ha seguito proprio questa logica, intrecciando tre livelli diversi ma complementari dello stesso racconto: lo studio storico, la testimonianza diretta e la trasmissione alle nuove generazioni.
Il quadro storico e la complessità del confine orientale
A fornire il contesto storico e istituzionale è stato il professor Davide Rossi, tra i massimi esperti della materia. Il suo intervento ha restituito tutta la complessità della vicenda del confine orientale, ricordando come per decenni queste pagine di storia siano rimaste ai margini della narrazione ufficiale. Rossi ha sottolineato che la conoscenza è il prerequisito del ricordo e ha evidenziato la pluralità delle tragedie, che colpirono italiani, sloveni e croati, all’interno di un contesto europeo che oggi dovrebbe fondarsi sul rispetto dello Stato di diritto.
La voce degli esuli, dignità senza vendetta
Accanto allo studio, la testimonianza. Viviana Facchinetti ha raccontato un lavoro iniziato nel 1985 e proseguito per decenni, con oltre 500 testimonianze raccolte in tutto il mondo. Storie di vite comuni travolte dalla storia, mai animate da spirito di vendetta, ma dal bisogno di dare parola a una “storia subita”. I racconti restituiscono la dignità, il lavoro e la forza degli esuli, capaci di ricominciare senza rinnegare le proprie radici, spesso affidando il ricordo ai nipoti per proteggere i figli dal peso del dolore.
Raccontare ai giovani, dal familiare all’universale
La trasmissione alle nuove generazioni è stata affidata a Federico Guidi, che ha spiegato il senso del suo libro pensato per i ragazzi. La grande storia viene raccontata attraverso una storia familiare: una nonna che parla al nipote dell’esodo, delle foibe, della perdita della casa e della terra. Dal particolare all’universale, il giovane lettore può così comprendere la tragedia vissuta da un intero popolo. Guidi ha ricordato come per anni su queste vicende sia calato un oblio legato anche a ragioni geopolitiche, superato solo con l’istituzione del Giorno del Ricordo.
Dalla sofferenza alla conoscenza condivisa
Tutti e tre i relatori appartengono, in modo diverso, a questa storia di esilio e hanno dedicato parte della loro vita a trasformare la sofferenza in conoscenza accessibile. Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche Roberto Menia, primo firmatario della legge che ha istituito il Giorno del Ricordo. Un lavoro che sta producendo risultati concreti: ciò che un tempo era un tabù oggi entra sempre più nella coscienza collettiva, pur restando isolate sacche di negazionismo.
Conoscere per non ripetere
In chiusura, Elisabetta Gardini ha sottolineato come le diverse verità raccontate durante l’incontro compongano insieme il mosaico della grande storia. “Conoscere la nostra storia è l’unico modo per lenire le tragedie del passato e impedire che si ripetano”. Un richiamo che va oltre la memoria, trasformandola in responsabilità civile.
Luigi Canali
10 Febbraio 2026 © Luigi Canali
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